La vita non è perfetta, le vite dei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti. Nei film sai sempre come va a finire, nella vita non lo sai mai". Con questa frase, un po' delirante ma in fondo vera, si apre RadioFreccia, film d'esordio del cantante Luciano Ligabue. Prodotto dalla coraggiosa Fandango di Domenico Procacci in collaborazione con la Medusa Film e sceneggiato dallo stesso Ligabue insieme ad Antonio Leotti, RadioFreccia trae spunto da alcuni dei racconti che il cantante ha raccolto nel libro-diario "Fuori e dentro il borgo", uscito nel '97, e racconta la storia di una "radio libera", Radio Raptus, cui si legano strettamente le vicende personali dei suoi fondatori, cinque ragazzi della provincia emiliana: Bruno (Luciano Federico), Tito (Enrico Salimbeni), Boris (Roberto Zibetti), Iena (Alessio Modica) e Ivan, leader del gruppo, detto Freccia (Stefano Accorsi) "per via di una voglia a forma di punta di freccia sulla guancia destra".
Ambientato negli anni '70, quando gli effetti della rivoluzione sessuale si cominciavano a far sentire anche in provincia, si diffondeva tra i giovani la curiosità nei confronti dell'eroina e bastava un trasmettitore da 5 watt, un vecchio giradischi, un mixerino ed un microfono per far sentire la propria voce in FM, RadioFreccia fotografa con sentimento e levità il momento in cui i cinque amici si apprestano a varcare l'immaginaria linea d'ombra che li separa dal mondo degli adulti. Il compito di raccontare questo importante passaggio Ligabue lo affida a Bruno (un convincente Luciano Federico), alla sua voce, alla sua radio, quella radio che, dopo aver raccolto per diciotto anni le risate, le stupidaggini e gli sfoghi dei componenti del gruppo, chiude i battenti.
Il regista si serve di questo espediente narrativo non solo per toccare una realtà affascinante e per lo più sconosciuta ai giovani di oggi, quella delle "radio libere", ma anche per rievocare la realtà della provincia emiliana di quell'epoca. Ecco così recuperati da un passato non troppo lontano i luoghi, le consuetudini e i curiosi personaggi della Correggio degli anni '70. Ecco ricostruito il Bar Laika, vero cuore del borgo, col suo barista-confessore (un efficace Francesco Guccini). Ecco rievocati i riti delle nozze all'emiliana in una divertente scena di abbuffata forzata dei nostri ad opera di un cameriere dispotico (un esilarante Vito). Ed ecco Bonanza (Manuel Maggioli), la cui esagerata passione per il cinema ha proiettato in un mondo parallelo fatto di duelli e praterie, Kingo (Davide Tavernelli), balordo sosia di Elvis, Pluto (Ottorino Ferrari), il cui passatempo è raccogliere con un registratore le testimonianze di defunti famosi, e Virus (Fulvio Farnetti), sempre pronto a mettersi alla prova in sfide bislacche.
Tutto ciò è raccontato con passione, partecipazione e poesia dal neoregista Ligabue e con efficacia dagli attori, tutti bravissimi e perfettamente calzanti ai loro ruoli. Più che appropriato il commento musicale del film, realizzato dallo stesso Ligabue, cui si uniscono un paio di brani inediti del cantante e una selezione delle canzoni più "passate" dalle radio libere dell'epoca, selezione che è costata in diritti alla produzione del film ben 600 milioni ma che annovera alcuni dei più bei brani di quegli anni, fatta eccezione per quelli degli "Stones", perché troppo cari. Tanto per citarne alcuni: "Rebel Rebel" di David Bowie, "Vicious" di Lou Reed, "Long Train Running" dei Doobie Brothers. Il risultato è un film giovane, fresco, popolare ma poetico perché genuino, semplice ma profondo perché tocca temi sociali importanti... Insomma un film vivo e vibrante, capace di far ridere e di far sognare ma con un suo spazio per la riflessione.
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