Urlando contro il cielo

Massimo Cotto conversa con Luciano Ligabue dopo “il giorno dei giorni”, il concerto evento del 10 settembre 2005 a Reggio Emilia. Il cantante continua a raccontare di sé, di un uomo che dopo quindici anni urla ancora contro il cielo le proprie emozioni (sperando che ci sia qualcuno ad ascoltare). Quindici anni di palchi mani grida. Quindici anni senza mai perdere le parole. Un lungo viaggio che parte sottovoce, da quella parte di Emilia emarginata, fino ad arrivare agli sterminati cieli dell’America del rock’n’roll. Un viaggio passato attraverso la canzone d’autore, il cinema, con Radiofreccia e DaZeroaDieci e la letteratura (è autore di Fuori e dentro il Borgo e di La neve se ne frega). Un viaggio dove il legame con la propria terra è sempre presente e vivo.

Ascoltami bene, Massimo: se avessimo trovato, in questi primi cinquant’anni di vita, una definizione completa di rock, vorrebbe dire che avremmo fregato noi il rock e non il contrario. Il rock ci strega perché non si lascia catturare. È un’entità viva e spudorata, che ti scivola dalle mani perché solo così può entrarti sottopelle. Spiegarlo è esercizio inutile, raccontarlo è mestiere tuo e dei tuoi colleghi giornalisti, viverlo è privilegio di chi sa abbandonarsi senza troppe domande. È quando se ne frega che il rock è davvero rock, quando continua a coltivare il seme dell’incoscienza e non accetta di farsi ingabbiare dalle parole e dall’inquadrabilità.

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